noi siamo storici - giornata della memoria - 27 gennaio 2007

In questo giorno in cui si ricordano le vittime dei campi di sterminio, noi, ragazzi di Seconda B, abbiamo voluto dar voce, parlando in prima persona, a Sergio De Simone, perché la sua triste storia non sia mai dimenticata.
Oltre a Sergio, abbiamo voluto ricordare gli altri 19 bambini e ragazzi della nostra età, uccisi senza pietà, insieme a lui, da uomini con il cuore di ghiaccio.
Noi
chiediamo all’Amministrazione Comunale il permesso di piantare nella nostra scuola una rosa bianca in ricordo di queste piccole vittime.
Vorremmo che venisse piantata nel giardino, vicino alla strada: così, anche quando saremo grandi, la potremo vedere e ci ricorderemo di questi bambini tanto sfortunati che continueranno a parlarci attraverso il profumo di ogni fiore.

I morti non parlano, ma i bambini sì
perché gli innocenti li si può ammazzare, ma non muoiono.

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Mi chiamo Sergio, sono nato a Napoli il 29 novembre 1937 e quella che sto per raccontarvi è la mia storia.
Sono il primo figlio di Eduardo De Simone e di Gisella Perlow.
Mia madre è ebrea, è nata in Jugoslavia; da giovane viveva a Fiume e si è trasferita nel capoluogo campano dopo le nozze.
Mio padre lavora in Marina ed è spesso lontano da casa.
Nel settembre 1939 la mia mamma legge sui giornali che la Germania è entrata in guerra.
Il 10 giugno 1940 anche l’Italia fascista entra in guerra e a Napoli quasi diecimila case cadono sotto le bombe. Per sfuggire ai pesantissimi bombardamenti, la mamma pensa che saremo più sicuri a Fiume e così partiamo per quella città dove staremo insieme agli zii, dato che papà Edoardo è sempre più spesso lontano, come tanti.
Nel settembre 1943, quando l’Italia firma l’armistizio con gli Alleati e il generale Badoglio annuncia che “la guerra continua”, i Tedeschi occupano l’Italia, ne strappano ampie zone e le pongono sotto la sovranità del Reich.
Da quel momento a Fiume cambiano molte cose.
Gli uomini che hanno mandato nelle camere a gas quasi un milione e mezzo di ebrei danno inizio alla caccia di quelli che vivono nella nostra città.
Io e mia madre non tardiamo a cadere nella rete. Il 21 marzo 1944 – ironia della sorte, è il primo giorno di primavera - le SS fanno irruzione nel nostro appartamento e arrestano mia madre, me, le zie Mira e Sonia e mio zio Giuseppe. Tutti noi siamo portati a Trieste, nel campo di concentramento di San Sabba e poi veniamo fatti salire sul convoglio T25, con destinazione Auschwitz.
Dopo sei giorni di viaggio arriviamo al campo e veniamo subito marchiati con un numero: il mio è il 179614.
Per un po’ rimango con la mamma, poi, il 14 maggio 1944 viene a vedermi il dottor Mengele, mi fa gli esami del sangue e mi opera alle tonsille.
Sono solo.
Insieme ad altri 19 bambini, selezionati come me, nove maschi e dieci femmine, vengo portato al Block 10, la “Baracca dei bambini”.
Ho un preciso ricordo di alcuni dei compagni che hanno condiviso la mia sorte in quei lunghi mesi.

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