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noi siamo storici
- giornata della memoria - 27 gennaio 2007 |
I morti non parlano,
ma i bambini sì ...
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Nel Block 10 ho incontrato anche i
fratellini Roman e Eleonora
Witonski, due bambini polacchi di sei e cinque
anni, l’uno con tatuato nel braccio il numero
15160, l’altra il numero 15159. Erano arrivati
ad Auschwitz nel luglio del 1944, assieme alla loro
mamma che si chiamava Ruzca, dal ghetto di Radom, in
Polonia.
Il loro papà, che era un pediatra, era stato
fucilato l’anno prima, assieme ad altri 150 ebrei
che vivevano nello stesso ghetto.
Giunti ad Auschwitz, per qualche mese qualche volta
erano riusciti a vedere la mamma, quando lei riusciva
ad avvicinarsi al Block al quale erano stati assegnati;
a partire dal mese di novembre però vennero portati
nella Baracca degli esperimenti e non la incontrarono
mai più.
Degli altri bambini del Blocco 11 di
Auschwitz ho ricordi più sfumati. C’erano
Marek James, un bambino
miope, a cui le SS al suo arrivo ad Auschwitz avevano
rotto gli occhiali, i polacchi Mania
Altmann, nata nel giugno del 1940 nel ghetto
di Radom, Eduard Reichenbaum,
nato a Kattowitz, Ruchla Zyelberberger,
di otto anni, nata nel maggio del 1938 a Zawichost.
C’erano poi Marek Steinbaum,
di anni dieci, Roman Zeller,
di dodici, Surcis Goldinger,
di undici, Lelka Brinbaum,
di dodici, Lea Klygermann,
di otto, Blumel Mekler,
di undici, Riwka Herszberg,
di sette, figlia di un industriale che aveva una piccola
fabbrica di tessuti.
Di due bambini, mi ricordo solo le iniziali del loro
nome: una aveva un nome che incominciava con la lettera
H, l’altro, che
veniva dalla Jugoslavia, aveva un nome che incominciava
per la lettera W.
Tutti questi sono stati miei compagni nel Blocco n°10
di Auschwitz.
Tutti venti, noi bambini, siamo visitati e sottoposti
ad esami da un dottore che si chiama Josef Mengele.
Gli esami vanno bene, dimostrano cioè che possiamo
essere utilizzati per altri esperimenti che però
si devono fare a Neuengamme, una città tedesca,
vicina ad Amburgo.
Così, accompagnati dalla dottoressa Paulina Trocki,
una internata che lavorava presso l’ospedale del
campo, saliamo sul treno che ci porta alla nuova destinazione.
I nostri carcerieri ci fanno indossare la stella gialla,
il distintivo degli ebrei, e diffondono la voce che
siamo malati di tifo: in questo modo scoraggiano tutti
dall’avvicinarci.
Durante il viaggio, che dura due giorni, ci danno del
latte e della buona cioccolata.
Il 15 dicembre 1944 arriviamo a Neuengamme e siamo affidati
alle cure di due prigionieri olandesi. Nel primo periodo
non stiamo male: il 24 dicembre un prigioniero austriaco
si traveste da Babbo Natale e ci fa dei piccoli doni,
dando, al mio compagno Marek, che è miope, un
paio di occhiali.
Il 9 gennaio 1945 però incontriamo il dottor
Heissmeyer.
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